i ragazzi del 76 … e Stefano va in pensione

gennaio 8, 2018 in Lettere Aperte

Sarà capitato anche a voi di notare come, alla scomparsa di qualcuno, tutti si affannano a ricordarne pregi, a recuperare aneddoti e incontri edificanti. I complimenti postumi si sprecano. A volte si tratta di commemorazioni solo formali; ma può capitare che sia l’occasione per rivelare ciò che sarebbe stato bene dire prima; e che è stato tenuto celato per vergogna, o solo per pigrizia.
Avendo raggiunto i 65 anni, ed essendo sempre più vicino il momento del pensionamento, per me e per tanti colleghi, ho pensato di mettere su carta ricordi e pensieri che riguardano un momento cruciale della mia vita. Un poco anche a titolo di scaramanzia, sperando che nessuno lo interpreti come un necrologio preventivo, vi racconto questa storia.

Estate 1976; sto per andare fuori corso, avendo a malapena finito gli esami del terzo anno.
Devo prendere una decisione: o mollare gli studi di medicina, o imprimere una accelerazione consistente.
Non ho mai frequentato reparti clinici; con la lettera di presentazione del prof. C. (amico di famiglia), mi presento al professor Pisi, che, quasi senza alzare gli occhi dalla scrivania, mi spedisce nel reparto del professor Cavalli. E nulla sarà più come prima.
Nei mesi estivi, il S.Orsola si spopola; non più codazzi di studenti e corsie ingombre di camici svolazzanti e rumorosi. Per uno studente alle prime esperienze, un mondo inedito e sconosciuto. Un mondo in cui, però, non tardo a sentirmi straordinariamente a mio agio. Non voglio qui parlare del mitico Maestro Giancarlo Cavalli, del dottor Allegro e del sempre disponibilissimo Franco Lambertini; non parlo nemmeno delle suore e del personale infermieristico. Il miracolo di trasformare uno studente svogliato e ignorante in un vero aspirante medico, fu frutto della presenza di un manipolo di neo-laureati che, inspiegabilmente, mi presero a ben volere. Forse qualche nome mi sfugge, ma voglio citare Giandomenico Savorani, Stefano Rubini, Luigi Spinnato, Piero Velonà, la “ferrarese” Silvia Soffritti, il romagnolo Miro Armaroli… Freschi di studi, forse incoscenti nel credersi capaci di insegnare, sta di fatto che davvero instillarono in me la voglia di apprendere, di recuperare il tempo perduto. Senza di loro chissà se avrei mai capito il senso del lavoro del medico; senza di loro quante cose non avrei mai imparato. Senza il timore reverenziale verso professori o baroni, senza vergogna, potevo porre dieci, cento domande. Con la certezza di ricevere risposte “a misura di studente fuori corso”. La raccolta di una anamnesi, la lettura degli esami, le norme dell’esame obiettivo, il posizionamento degli elettrodi per un ECG, ogni giorno assorbivo nozioni come una spugna. Ma non solo nozioni: sotto l’ala del Maestro, tra i letti del reparto si respirava ben più che semplici nozioni. La cosa più entusiasmante, per un “ignorante” come il sottoscritto, era respirare l’atmosfera di collaborazione, di colleganza, di tensione verso un obiettivo comune; con sobrietà, con educazione, con rispetto reciproco. L’entusiasmo di quei giovani era tanto contagioso, che già poche settimane dopo avevo acquisito lo stesso atteggiamento e lo stesso stile, nei confronti degli studenti che, alla riapertura dell’anno accademico, cominciarono a frequentare il reparto.

Se in poco più di due anni riuscii a terminare gli esami e la tesi, devo ringraziare oltre al professor Cavalli, quel manipolo di dottorini, miei coetanei o poco più.
Se il nostro Maestro ci ha insegnato come si palpa una milza nell’ipocondrio sinistro, e come si imposta una diagnosi differenziale di fronte ad un ittero o a un versamento pericardico; e se era insuperabile nella conoscenza di ogni branca dello scibile medico, non altrettanto efficace era nella gestione delle questioni amministrative e “clientelari” , per cui, tra i frequentatori del reparto, pochi riuscirono a intraprendere una carriera accademica o ospedaliera.
Molti han finito per fare i medici di medicina generale.
Anche io, con il dovuto ritardo, sono approdato, quasi per caso, alla medicina di famiglia.
E ho ritrovato come colleghi, molti dei “dottorini neolaureati” che nell’estate del ’76 mi fecero innamorare del lavoro del medico.
Se non hanno fatto carriera universitaria, se non sono diventati primari (pur avendone le doti e le capacità), sono però riusciti a incidere profondamente nella professione. Hanno iniziato a fare i medici di medicina generale (o, come si diceva, “medici della mutua”) quando le prospettive di carriera e di evoluzione professionale erano solo quelle legate al numero degli assistiti, e allo stipendio.
In quarant’anni, molte cose sono cambiate. La medicina generale si è timidamente insinuata nel curriculum universitario; è nata la figura del tutor; sono sorti i corsi di formazione triennali per la m.g.; si è sviluppato il settore della formazione ECM, con le figure degli animatori; si è creata una consapevolezza professionale, declinata anche a livello sindacale… E in tutti questi ambiti, hanno avuto un ruolo determinante proprio loro, i neo-laureati del ’76.
Nessuno di loro ha vinto il Nobel per la medicina; nessuno si vanta di titoli altisonanti per ingigantire l’intestazione della carta da lettere e dei ricettari; nessuno frequenta i salotti televisivi né è famoso, al di fuori della cerchia degli amici, dei colleghi, e dei loro assistiti.
Ma, adesso che si avvicinano al pensionamento (e io come sempre sono un passo dietro di loro), è bene che certe cose si sappiano. E’ un bisogno mio personale, quello di ringraziare, Stefano, Giandomenico, e tutti gli altri colleghi, senza i quali il corso della mia vita sarebbe stato certamente diverso.
Ma è anche giusto che certi meriti vengano riconosciuti pubblicamente: l’impegno di pochi ha profondamente mutato, in meglio, la nostra professione. E tra questi pochi volonterosi, un ruolo importante hanno avuto proprio alcuni dei dottorini del manipolo ricordato sopra.
Un altro aspetto mi preme evidenziare, ed è la correttezza nei rapporti interpersonali e collegiali, l’educazione, il rispetto, che sempre hanno contraddistinto l’operato di questi colleghi. Con nessuno posso dire di avere un rapporto di amicizia particolarmente profondo; ma proprio per questo è ammirevole che si sia creato e consolidato un rapporto di stima, collaborazione, comprensione; in una parola, colleganza.
Quando si cita il giuramento di Ippocrate, viene spontaneo pensare alle norme etiche che devono guidare un medico nella cura dei malati. Ma, se leggiamo il testo attribuito al medico e filosofo greco, scopriamo che la parte principale è dedicata ai rapporti tra colleghi. Verso chi ci ha insegnato la professione, che deve essere considerato come un padre, e rispettato fin nella vecchiaia; e verso coloro che vengono dopo di noi, cui dobbiamo trasmettere le nostre conoscenze senza gelosie.
Nei ragazzi del ’76 ho potuto vedere vissuto nei fatti, forse in modo inconscio, proprio lo spirito che da due millenni e mezzo informa la nostra professione. Ho detto “in modo inconscio”, e magari era davvero così in quegli anni di giovanili speranze. Ma di sicuro, con gli anni e con le accresciute responsabilità, ciò che era un atteggiamento spontaneo è diventato qualcosa di diverso. Per chi si è impegnato, a livello ordinistico, o sindacale, o scientifico, o sui vari tavoli di confronto anche politico, restare ancorato a norme di comportamento corrette e coerenti, coniugando rigore morale, convinzioni, colleganza, educazione, di sicuro non è stato sempre agevole. Anche in questo i miei fantastici colleghi sono stati un esempio, per me e non solo.
E allora, insieme agli auguri di buon Natale e di Buon Anno, voglio dedicare questo ricordo a Stefano che va in pensione, per ringraziarlo di ciò di cui non l’ho mai ringraziato.

Enrico D.