Fascicolo Sanitario Elettronico. Elisir di buona sanità?

febbraio 13, 2018 in sanità on line

Sempre più persone sanno che esiste il Fascicolo Sanitario Elettronico. E’ previsto dalla normativa; e alcune regioni, come l’Emilia-Romagna, stanno facendo molta propaganda al riguardo.

L’idea è tutto sommato semplice: ogni cittadino viene dotato di un Fascicolo elettronico, in cui custodire i dati sanitari. Referti, ricette, certificati, ricoveri… Con una immagine semplificata, potremmo definirlo la versione aggiornata della scatola che ciascuno ha in qualche cassetto, e in cui si accumulano risultati di laboratorio, lastre, ecografie, lettere di dimissione.

 

Con l’informatizzazione, tutto ciò potrebbe avvenire automaticamente: tutti questi documenti vanno automaticamente in questo fascicolo virtuale. A  disposizione di chi ha la chiave di accesso.

Ad una prima occhiata, sembrerebbe proprio una ottima cosa; ma purtroppo ad osservare le cose più in dettaglio, qualche magagna viene fuori.

A cominciare dai messaggi sempre più insistenti con cui gli utenti vengono invitati ad “attivare” il F.S.E.

In realtà non si tratta affatto di una attivazione, perché i fascicoli esistono già, e sono già stati riempiti, in modo automatico, di molti dati anche risalenti ad anni e decenni addietro, come le vaccinazioni eseguite mezzo secolo fa. E vi vengono archiviati ogni giorno le ricette, le impegnative, i referti del Pronto Soccorso…di ognuno di noi. Senza che nessuno abbia mai dato un consenso davvero informato. Quella che viene presentata come attivazione, è in realtà solo la concessione all’utente delle credenziali per accedere al proprio Fascicolo.

Un altro aspetto di scarsa chiarezza, riguarda la dichiarazione secondo cui i dati, col consenso del paziente, possono essere condivisi dai medici. In realtà non c’è nessun automatismo, e ogni utente, come logico, può mostrare i propri dati a chiunque, medico, artigiano, agricoltore, operaio o professore che sia.

Uno potrebbe chiedersi che cosa ci sia di male in tutto questo, e perché un medico di medicina generale debba assumere una posizione, se non contraria, certamente di grande cautela.

Il fatto è che queste piccole “bugie” semantiche, si inquadrano in una cornice, in un contesto coerente, portato avanti a livello politico, con una visione della medicina generale che non corrisponde a quella di chi fa questo lavoro. Di chi cerca di privilegiare gli aspetti clinici su quelli burocratici e amministrativi, di chi vuole salvaguardare il rapporto capillare e fiduciario col paziente.

Sarebbe una cosa molto più accettabile, anzi sarebbe decisamente una bella cosa, se fossimo sicuri che i documenti che vanno ad alimentare l’archivio personale, fossero quelli davvero importanti e significativi. L’esperienza maturata ormai in molti anni di funzionamento del “progetto Sole”, ci mostra però che le attenzioni della Regione, e di chi gestisce il sistema informatico che gestisce questi dati sanitari, non sembrano rivolte principalmente ai risvolti clinici. Quando c’è un ricovero, ad esempio, non sempre la lettera di dimissione, che è l’elemento più importante, viene trasmessa; mentre le notifiche di avvenuto ricovero, o dimissione (senza alcun dato clinico, ma solo con la data e il codice del reparto), quelle sono sempre inviate. In caso di accesso al P. Soccorso, il verbale riporta l’orario preciso di presa in carico, il codice colore, l’ora in cui è stata fatta una puntura, ma spesso mancano i risultati degli esami eseguiti, che sarebbero gli elementi più significativi.

E la cosa è più preoccupante di quanto potrebbe apparire, perché i messaggi più o meno espliciti che presentano il FSE come una meraviglia, non fanno alcun cenno a questi “difetti”; né al fatto che, anche se le cose migliorassero, la percentuale di dati regolarmente trasmessi non sarà mai del 100%, per cui gli utenti non potranno semplicemente affidarsi al sistema automatico. Purtroppo si vedono già i primi effetti: capita con una certa frequenza che i pazienti vengano in studio, senza portare i refrti di visite ed esami, “tanto so che le arrivano in automatico…”, e magari non è vero (siamo circa all’80% di referti condivisi correttamente).

Una cosa che non viene abbastanza chiarita, a mio parere, è che non tutto viene archiviato in modo automatico: ad esempio, se un esame viene fatto privatamente, o un farmaco anche importante non è in fascia A, per il FSE è come se non esistessero. Certamente, l’utente può, se ne è in grado, inserire tutti i dati che ritiene, ma non penso che ciò accadrà molto spesso, specie nel caso di pazienti anziani e complessi, che sarebbero quelli per cui sarebbe più utile.

Un altro aspetto che viene presentato e propagandato, e forse non sarebbe il caso, è la possibilità che il medico non stampi ricette e impegnative “informatizzate” (quelle bianche col codice a barre), e che il paziente le scariche comodamente da casa. E’ ovvio che il passo successivo è che il medico non deve nemmeno vedere e visitare il paziente, e fa le ricette dietro una semplice richiesta telefonica (o un sms).

Per molte terapie croniche, ripetere una ricetta per una terapia stabilizzata da anni, potrebbe essere una pratica accettabile; ma una volta ogni tanto, non come prassi. Basta un minimo di buonsenso per immaginare i rischi clinici per il paziente se questo comportamento si diffondesse. Un iperteso, un bronchitico cronico, spesso proseguono la stessa terapia per anni, ma in qualche caso intervengono fatti nuovi; e se domani andasse persa l’abitudine (scomoda?) di passare dal medico ogni due o tre mesi per un rapido controllo? Come medico, poi, oltre che dei rischi clinici per il paziente, mi preoccupo anche dei rischi medico-legali per il prescrittore.

Perché, oltretutto, una volta sdoganato il fatto che per avere una ricetta non è più necessario andare dal medico, il passo successivo è richiedere al telefono anche altre prestazioni, come i certificati.

E qui non si tratta di rischi; qui si tratta di reati. Istigazione a delinquere per chi chiede certificati senza farsi visitare, e falso in atto pubblico per chi redigesse un simile certificato. Purtroppo, questo scenario non è affatto ipotetico, ma è già realtà. Gli assistiti, specialmente i più giovani e più “informatizzati”, tra tutte le opportunità che il FSE presenta, hanno da subito intuito questa possibilità, e tendono a fare richieste in questo senso. Fino ad atteggiamenti quasi ricattatori.

Sarebbe auspicabile che chi gestisce il FSE (Regione, CUP,…) tenesse in conto gli aspetti delicati che ho sommariamente presentato, e rimodulasse gli slogan e le informazioni che vengono diffuse, in modo acriticamente positivo e ottimistico. Non sarebbe male, se i messaggi venissero condivisi con i mmg che già oggi vengono a trovarsi in situazioni imbarazzanti. Almeno riguardo la possibilità di utilizzare il FSE come tramite tra assistito e medico di famiglia, andrebbe chiarito con fermezza che non tutte le richieste possono essere trasmesse in via informatica; che quando ciò è possibile, non è detto che sia sempre appropriato e opportuno; e, soprattutto, che in nessun caso ciò è possibile per atti certificatori.

 

Febbraio 2018                                                                                                           Enrico Delfini