A proposito di Case della salute – AUSL Bologna

aprile 29, 2016 in appropriatezza, Bologna, Case della salute

Alla AUSL Bologna in questi giorni ne hanno inventata un’altra!

Molti non ci potranno credere ma dovremmo fare la “richiesta”, sì la ex “ricetta rossa”, proprio quella … Ci stanno chiedendo di compilare richieste per gli accertamenti previsti e con i quali i nostri assistiti dovrebbero aprire il loro percorso infermieristico nella “Casa della salute”.

Nulla di concordato, nessun coinvolgimento, nessun percorso condiviso … ma la “ricetta ex rossa”, la “ricetta rossa”, quella, come sempre, ci spetterebbe compilare! Quella è da sempre di nostra “competenza”, soprattutto oggi che qualche rischio, dal Decreto Lorenzin ne potrebbe derivare

Quando si parla di “Case della salute”, s’incorre spesso in un equivoco, ovvero quello di confondere la realizzazione di strutture territoriali, ben identificabili dai cittadini, con il modello organizzativo proposto, da realizzarsi all’interno di queste strutture.

Ovviamente non abbiamo nulla da eccepire sulla creazione di nuovi spazi, laddove necessari, ove i pazienti possano trovare punti di riferimento organizzativi relativi ai loro bisogni sociali e di salute ma, per quanto riguarda il modello organizzativo, detto sempre “Casa della salute”, non possiamo che ribadire la nostra non condivisione di ciò che sotto quel nome, con la nostra “collaborazione” nel compilar richieste, si vorrebbe realizzare.

Per mezzo di molteplici percorsi infermieristici, di call center, reception… si ritiene di poter definire e protocollare ogni bisogno espresso dal cittadino. I nostri assistiti, affetti da patologie croniche dovrebbero essere orientati verso ambulatori infermieristici nell’ambito dei quali definire follow up, verifiche di parametri clinici e di quant’altro. Sarà poi l’infermiere a decidere, a consigliare sul da farsi e quando, come e se coinvolgere il medico di famiglia, lo specialista di branca o per le esigenze della quotidianità, un collega a rapporto orario…

Le molteplici attività della nostra professione sono quindi ipotizzate come programmate e coordinate da infermieri e da colleghi dell’organizzazione aziendale. Con tutto questo s’intende relegare il rapporto fiduciario e di libera scelta ai margini del sistema, riducendone le funzioni e togliendo al medico progressivamente il legame con l’assistito. Ciò che sicuramente resterebbe, per un po’, sarebbe il ruolo di amanuense trascrittore e di occasionale “consulente”.

Per esser progressivi nel processo di esclusione, per ora, ci rinvieranno i pazienti con “utili” consigli su peso, pressione e target terapeutici…

Per argomentare poi, anche in termini di appropriatezza, non possiamo omettere di ricordare che analoghe esperienze si sono tradotte, e c’era da aspettarselo, in rilevanti incrementi nei consumi di diagnostica e di prestazioni specialistiche.

Nonostante tutto, non pensiamo di rifiutare la prospettiva di una gestione integrata dell’assistenza territoriale, che anche a noi appare come una necessità inderogabile di fronte alle complesse sfide di sostenibilità del sistema. Non potremo però rinunciare ad essere i protagonisti della selezione di quegli assistiti che potranno realmente giovarsi dei percorsi integrati e non potremo neppure rinunciare alla discrezionalità e alla responsabilità che la Legge affida, in campo diagnostico e terapeutico, al medico e solo al medico. Non potremo neppure prescindere, nel realizzare percorsi integrati, da quell’autonomia organizzativa del medico di famiglia, che è tipica dei rapporti lavorativi di chi non è un dipendente.

Mentre le Aziende sanitarie e la Regione Emilia Romagna rifiutano ogni confronto sui nodi succintamente ricordati, non possiamo far altro che restare in attesa dei chiarimenti che sicuramente ci verranno dal tavolo per il rinnovo dell’Accordo collettivo nazionale e dai tavoli di concertazione che in seguito si dovranno necessariamente aprire.

Nel frattempo, penso che spetti ai singoli colleghi la scelta di come e se collaborare (magari, ancora una volta, copiando prestampati) a confusi e non concordati progetti volti alla progressiva rottamazione della Medicina di famiglia.

In una prossima puntata, una qualche riflessione sul Software Unico regionale.

Buon lavoro.

Fabio Maria Vespa

Segretario provinciale FIMMG Bologna